IL MONTE SORATTE – S. ORESTE

Merita qualche cenno storico-geografico questo fossile vivente, sopravvissuto antidiluviano, posto dal “massimo fattor” in zona Antiappenninica - ben lungi da suoi consimili della dorsale appenninica, che adornano l’orizzonte verso l’Umbria, l’Abruzzo e le Marche -. Per questo più che meravigliare, stupisce e colpisce la nostra attenzione ben oltre le sue caratteristiche intrinseche e fisiche:uno sperone roccioso di appena 690 metri s.l. del mare, con pianta a forma di ellissoide avente un asse longitudinale che si sviluppa per circa 5,5 km.

E’ quindi la sua anomala posizione che ne ha decretato successo e conferita austerità, magnificandone dimensione ed altitudine oltremodo. Esso è come uno Ieti che abbia deciso di scendere in piazza! Enorme scheggia calcarea emersa dal profondo del mare nel periodo giurassico, eocene-cretaceo, con i suoi pinnacoli carbonatici martoriati sull’alto da litodomi, e con i suoi profondi “meri”, frutto di millenarie corrosioni di piogge acide che hanno creato innumerevoli gallerie sotterranee di cui si conosce l’accesso, ma che non si sa poi dove vadano a parare. Ma ancora il tratto est “cornicolano”, scaglioso verso S. Oreste e ad ovest tufaceo superficiale marrone/ocra, frutto di spruzzate, a tempo, dei prossimi vulcani Sabatino e Vicano, caratteristiche che ne fanno un’acqua cotta tutta nostrana! .

Ma è il suo aspetto storico, molto articolato, complesso e misterioso, che suscita maggiormente la comune curiosità e la fervida fantasia. I suoi stretti legami con toponimi e mitologia Sabina, Sannita, Falisca e Romana, ed infine ciò che, non servilmente, termini quali Apollo Sorano, Hirpi Sorani, i Meri, evocano ed altro ancora vogliono dirci, continuando a sopravvivere, a guisa di punte di iceberg che celano gelose la loro ampia storia e realtà soffolta, mentre si allontanano ogni giorno, inesorabilmente, sempre più da noi, condannate alla liquidità. Antichi reperti e ceramiche attestano la presenza dell’uomo preistorico. Luogo di culto di popolazioni etrusco-falische nel tempio di “Aplu”, eretto sulla vetta più alta, pur senza poter escludere, con certezze, la frequentazione dell’uomo del paleolitico, alias il “Neandertaliano”.

Ma è la presenza di un tempio dedicato ad Apollo, tra le più importanti divinità del “Dodecatheon” greco a disorientarci un poco. E disorienta ancora la discendenza di questo figlio illegittimo di Zeus “Uni etrusco” e di Leto, gemello di Artemide. Presso i Greci era ricco di attributi ed epiteti quali, ad esempio: divinità della musica, della medicina e della profezia. Ed ancora patrono della poesia e, in un successivo “passaggio” tra le divinità romane, “sol invictus”, dio del sole.

Forse è quest’ultimo aspetto ad interessarci vieppiù, giacché furono i romani a tramandare nel tempo ciò che etruschi e falisci attribuivano ad Aplu “nostrano”. E questo è sicuramente un fatto di straordinaria importanza storica ove consideriamo che alcuni etruscofili (compreso lo scrivente) ed etruscologi, ritengono che Greci ed Etruschi, quando cessarono le loro strette frequentazioni, ancor prima del X e IX secolo a.C., in altri luoghi, presumibilmente, condividevano lingua e pantheon.

Ed è allora, filtrando l’ampia letteratura “religiosa romana” delle divinità pagane, che possiamo asserire, seppur con qualche riserva, che la maggior parte degli attributi conferiti dai romani, al nostro Apollo, proviene direttamente dalla religione etrusca, avendo massimo rispetto, questi, per le divinità dei popoli conquistati. I quali, quanto al mito di Apollo, non furono secondi a nessuno. Vedi il tempio di Apollo a Veio nel tempio di Portonaccio e la sua straordinaria statua, esempio non comune di mega coroplastica. E relativamente accanto, presso Stigliano, le fonti termali denominate “aquae apollinares”. Il tempio di Apollo Sosiano in Roma poi e per finire il nostro tempio sul Soratte. Edifici e località che risolvono metaforicamente una sospetta chimerica “quadratura del cerchio” e che lasciano immaginare la straordinaria importanza attribuita a questa divinità in Etruria.

Ma esaminiamo ancora, sperando di non aver eccessivamente tediato chi tanto amabilmente ha avuto la forza di seguirmi fin qui, altri innumerevoli aspetti collegati alla divinità apollinea.

Le rappresentazioni scultoree giunte fino a noi, lo propongono coronato di alloro, sotto la cui pianta sembra sia venuto alla luce, con arco e cetra e talune volte affiancato da tripode sacrificale, con chiara allusione ai suoi poteri profetici. Era il dio di tuoni e fulmini, gli erano sacri il cigno (simbolo di bellezza), la cicala (musica e canto), il lupo (lyceios), i falchi i corvi ed i serpenti, segno di poteri oracolari (Delfi), ed il grifone. Gli era attribuito, per la bellezza, il titolo di Febo (splendente, lucente). Si riteneva che scacciasse il male (apotropaico), era patrono degli arcieri e della fondazione delle colonie greche oltremare. E qui termino l’elenco, convinto di aver comunque trascurato tanti altri ed altri ancora epiteti ed attributi conferiti al nostro Apollo, che nell’insieme lanciano un messaggio chiaro e forte. Nel luogo Aplu aveva abbondantemente superato, quanto a venerazione la figura di suo padre Giove.

Ma ora non posso fare a meno di annotare strane similitudini con l’associazione di “Apollo ad Oreste” della mitologia greca, con il paese di S. Oreste ed il prossimo tempio di Apollo sul Soratte.

Secondo fonti storiche il popolo falisco discenderebbe da Halesus pronipote di Agamennone. Oreste, figlio di Agamennone istigato da Apollo, attraverso la pizia dell’oracolo di Delfi, uccide la madre Clitennestra ed il suo giovane amante Egisto, entrambi rei di aver tradito, durante la guerra di Troia, Agamennone e poi di averlo ucciso al suo rientro. E’ forse impensabile e peregrino che i Micenei, giunti a colonizzare il territorio falisco, così legati ai propri miti e divinità originari, abbiano fatto erigere il tempio di Apollo sul Soratte edificando il prossimo paese di S.Oreste?

Ma è riesaminando più attentamente storia, mitologia, tradizioni, storia orale e toponimi, che complessivamente emergono nella zona del Soratte e dintorni, che si evince, pur in presenza di racconti smozzicati, fatti e riferimenti slegati, tante altre possibili ed interessantissime interpretazioni.

La notte dell’ultima domenica di maggio, per le funzioni del mese dedicato alla Madonna, si celebra la “Fiaccolata” in processione, festa che si conclude con un immenso incendio di fascine e fuochi pirotecnici, alle pendici del Soratte. E la montagna brucia e lancia chiari messaggi in tutto il mondo circostante; la manifestazione, con chiari significati apotropaici, affonda le radici nella civiltà contadina.

Molto controversa, o controvertibile, è la storia che si tramanda nella zona, quella degli Hirpi Sorani (*), termine che ci viene consegnato dalla cultura locale così, “sic et simpliciter”... Dunque durante una cerimonia pastorale, nel corso di sacrifici animali, alcuni lupi, affamati si appropriarono di carni sacrificali. Gli animali  inseguiti dai pastori si rifugiarono entro una prossima spelonca. Una cavità dei “meri”? Ma un inspiegabile “fiato” pestilenziale fuoriuscì dalla grotta pervadendo l’aria, uccidendo chiunque ne entrò in contatto. Si diffuse in seguito una grave pestilenza che, per debellarla, si rese opportuno interpellare un oracolo (**)?  Ne venne fuori  una lettura secondo la quale la pestilenza si sarebbe placata se i pastori superstiti avessero imitato il gesto dei lupi. Così fu fatto e da allora quei pastori vennero chiamati “Hirpi Sorani” lupi sorani. Ma in seguito il rito del furto delle carni arrostite, presumibilmente, rappresentato da uomini mascherati da lupi intenti al furto delle carni arrostite e dalla la loro successiva fuga entro una grotta, si trasfigurò, tramutandosi in un'altra tradizione: quella del camminare sui carboni ardenti. Una volta l’anno, nella coincidenza del Solstizio d’estate, nel luogo, venivano allestiti carboni ardenti su una strada, su cui questi “Hirpi” incedevano, cadendo per le sofferenze patite in uno stato ipnotico ed estatico.

" Hirpi Sorani, 'Soractis lupi ' , sacerdotes qui in Soracte monte supra candentes carbones salierunt. De origine huius sodalitatis fabula est: dum Soractis incolae Diti Patri sacrificium dicauerunt, lupi, qui ab igne hostiarum carnis partes abstulerunt. Sacris operantes lupos persecuti sunt, sed illi in cauerna se receperunt; a hac cauerna odor pestifer, qui cum operantes tum montis incolas occidit, exiit. Lues in ciuitate se manauit sic ut aliqui legati sortes interrogauerint: responsio similes lupis esse debere fuit: id uiuere raptis est.”
( da sito Internet: “liberarespublica .altervista .org/hirpi_soran i.htm”)

Per questo particolare rito gli “Hirpi” erano esentati dai romani dal prestare servizio nella milizia e dal corrispondere altri oneri.  

Le straordinarie vie di fuga della X Armata tedesca del Feld-Generale Albert Kesselring.

Nelle ultime fasi della seconda guerra mondiale il nostro Soratte, con le sue profonde gallerie, scavate dal Genio Militare di Roma nel 1937, entra nella Storia. I bunker realizzati con funzioni di ultimo rifugio, in caso di guerra, del Comando supremo dell’esercito italiano, vengono occupati ed utilizzati dalle truppe della X Armata Tedesca. Ma ciò che particolarmente ci interessa raccontare, per l’occasione, non è tanto la vicenda bellica quanto, secondo storie locali, dove abbiano sepolto i soldati dell’esercito tedesco in ritirata dall’Italia, le 68 casse piene zeppe d’oro e beni sottratti alla comunità ebraica oltre all’oro sottratto alle casse della Banca d’Italia.

Sembra che Kesselring, al comando della X Armatain in fase di ritirata nel 1944, abbia dato ordine di interrare le casse in parola entro le gallerie del Soratte dopo averle fatte minare, ma che poi, abilmente, abbia deciso in maniera diversa, tanto che ogni ricerca del tesoro nel luogo, risultò vana. Ed a pensarci bene, uno stratega come il nostro feld maresciallo, pur con l’acqua alla gola, non avrebbe mai potuto impartire un ordine così banale e scarsamente intelligente. Forse sarà stata diramata questa sua decisione, ad arte, in giro, in modo che il fatto così posto fosse ritenuto plausibile. Ma le sue casse, Kesselring, non le ha certo lasciate entro i luoghi ove aveva stazionato per mesi, dove anche l’uomo privo di fantasia ed immaginazione, avrebbe rovistato. E poi il fatto di interrare oggetti preziosi e di minare il luogo è un vero controsenso, ma si presenta come ottimo falso scopo!

Il nostro feld-maresciallo era un valido stratega militare in seno al Terzo “Reich”, forse era il migliore in fatto di logistica e tattica, e di questo se ne rese conto, tardi, anche il Furer, che gli aveva sempre preferito altri generali per missioni solutive ed importanti. E a valutare bene le innumere linee di fuga di cui il generale poteva disporre, entro le aree del centro Italia, molto variegate, sicuramente scelse, per la ritirata, una direttrice veloce, per persone e mezzi, ed un’altra per far viaggiare cose di pregio e valori, pesanti ed ingombranti, ma per brevi tratti e verso un punto ove seppellirli con sicurezza, seguendo itinerari privi di logica, impensabili, munendoli di ridotte scorte militari, per non dare sull’occhio e destare sospetti.

Dunque fossi stato “consigliere” di Kesselring, da buon conoscitore del nostro territorio, potendo contare sulle note consolari prossime al Monte Soratte, quali la Cassia e Flaminia, e su linee ferroviarie quali la Roma/Bologna, e le tratte della Roma/Viterbo e Civitavecchia/Orte, non avrei avuto tanti dubbi decisionali. Per non correre il rischio che le 68 casse piene d’oro finissero in mani nemiche, le avrei spedite, rotta ovest-sud-ovest, verso i Monti della Tolfa, per sotterrarle in luogo sicuro, utilizzando tratte ferroviarie poco conosciute e per congiungere quel tesoro, ad un altro sottratto alle comunità dei Monti della Tolfa. Mentre la X Armata l’avrei fatta risalire, rotta nord-ovest, utilizzando i dintorni della SS. Cassia, come in effetti egli decise di fare. Ciò che invece personalmente suppongo ora è la destinazione decisa per occultare il suo bottino di guerra!

Forse è svelato il mistero della scomparsa dell’oro sottratto dai tedeschi alle popolazioni dei paesi del Lazio, agli Ebrei ed alle casse della Banca d’Italia?

La linea ferroviaria Roma/Viterbo si congiunge in Capranica, con la (ex) ferrovia Civitavecchia/Orte,località da dove si possono risalire i Monti della Tolfa toccando le stazioni dei paesi di Barbarano, Blera, Civitella Cesi, Monteromano ed Allumiere. Proprio avanti la stazione di Allumiere si erge Monte Palano che, sul lato nord/est, presenta un declivio impervio, dalla conformazione rocciosa molto simile a quella del Monte Soratte.

In questo luogo, dai giorni successivi l’ultimo conflitto, girava la voce che i tedeschi avessero sepolto su un picco del Monte un certo tesoro (oreficeria sottratta alle popolazioni dei paesi collinari e rivieraschi, compresa Civitavecchia). Ma nessuno conosceva l’esatto posto di “sepoltura” scelto. Dovevano passare ben 56 anni circa perché i figli di quei soldati tedeschi “tornassero” - secondo una testimonianza da me per caso raccolta tempi or sono - a riprendersi quel “lardo”, con discrezione, lasciandoci però, inevitabilmente, lo zampino.

Un bel giorno del 1997 o ’98, alcuni fuoristrada con targa tedesca furono notati in parcheggio nei pressi della Via della Farnesiana. E ci rimasero per un paio di settimane circa. Nel frattempo il nostro testimone - peraltro moltissimo abile nei boschi tanto da poter essere un riferimento di punta per il ns gruppo tiburziano - notò, da un clinale dirimpettaio della vetta del Palano, ad occhio nudo, una macchiolina gialla tra la vegetazione (pure occhio di falco costui!). Con il cannocchiale si accertò che era un casco da minatore, “antinfortunistico”, appeso ad un albero! Passò del tempo, forse sei mesi mi disse, ma roso dalla curiosità, finalmente decise di andare a vedere cosa ci fosse in quel punto del monte. Si vestì con gli abiti più adatti alla boscaglia che copre il Monte Palano, fatta da rovi immensi alti decine di metri poggianti su alta vegetazione, marruche, salsa pariglia amazzonica, peri selvatici abbarbicati su rocce e pinnacoli dolomitici instabili e tutto senza soluzione di continuità fin sulla cima, con tratti di salita franosi, dal pendio del 35 e 40% ed oltre, fino alla verticalità. E’, quel tratto, un luogo ove qualcuno, penetrandoci per caso dal versante opposto ovest per far funghi, ha vissuto il più brutto momento della sua vita: in alcuni casi si racconta delle peripezie di chi ha dovuto passare la notte entro il bosco all’addiaccio. Tanto che un giorno un amico, provetto “boscaiolo”, tal Filippetto, “buonanima”, all’anagrafe di Allumiere tal Marcoaldi Alfiero, conoscendo le mie sciagurate intenzioni di voler salire Palano, mi disse testualmente: “...a Ivà si ce vae a Palano statte attente e portite le furminante dietro, che si te perde e si ce deve passà la notte, armeno nun more dar freddo… io me ce so fregato ‘na vorta, dentro è tutto un labirinto a vorte gire gire e stae sempre lì”!

Tornando al nostro uomo “farnesiano”, non sto a raccontarvi per filo e per segno tutte le avventure o disavventure che mi descrisse dovette affrontare in quella risalita discesa del Monte, ove in alcuni momenti, legato ad una corda, si dovette lanciare nel vuoto penzolando e poi calarsi, per decine e decine di metri, entro “rovicciai” senza fondo. Ii panni indossati si ridussero a brandelli e finirono nel cassonetto, e la sua pelle, a quella non poteva certo rinunciare, presentava, per dire, tante ferite quanto il noto “ciuco” del pentolaio, ne aveva sotto la coda”, parte più sana dell’animale, ove erano presenti ben 24 piaghe!

Ma il nostro descrisse così il teatro di battaglia: "giunto tra quei tre picchi di granito che si scorgono proprio sotto la cima, si apre una radura ove al centro era stata scavata una profonda e larga buca. In alto erano state tirate corde che congiungevano i picchi di roccia e questo scavo, si trovava proprio al centro del triangolo così tracciato. Per quanto vagassi con molta diffidenza e circospezione nel timore di fare incontri indesiderati, si capiva che il posto fosse stato abbandonato già da tempo. Ma tutta l’attrezzeria, carpenteria (scalpelli martelli cordami), tende mimetiche, apparecchiature (trapani, gruppo elettrogeno ed altro), erano state abbandonate sul luogo. Ritrovai anche quel cappello giallo “spia” appeso ad un albero, mentre un bel pugnale da rambo, del valore di 500 euro almeno, era stato lasciato piantato nel tronco di una “cerqua”, che portai via, insieme ad altre poche cose a me utili, tenendo nel dovuto conto le difficoltà del percorso di discesa”.

Queste confidenze raccolsi durante il pasto di un’amatriciana impensabile, in un ameno casale della Farnesiana, seguito da una “scarpetta” immane, cucina e servizio del nostro Tiburziano ad honorem! Ed io, con gli occhi mezzi socchiusi dal sovraccarico del fantastico “ciliegiolo” nostrano sorbito, ma con il registratore cerebrale acceso, ascoltavo attento, avido, per non perdere alcun particolare del racconto, convinto della sua importanza storico-culturale.

E’ così, che presumibilmente (e cos’altro allora?) prese il volo il tesoro dei tedeschi, ad opera dei figli degli artefici della II guerra mondiale, dai cui padri forse entrarono in possesso di documenti, carte topografiche e coordinate ben precise, potendo ritrovare abilmente il luogo del “delitto”, ove non erano mai stati, ben oltre 50 anni dopo!

Buon per “l’oro”!


La nostra odierna escursione.

E venne finalmente il giorno del Soratte! Maestoso e fiero già ammiccava invitante, con il suo sguardo, lungi e dall’alto della sua più elevata cima, ora benigno e sereno, ora arcigno a contestare … l’ingiustificata e prolungata assenza del Tiburzi. Ma lui lì, con i suoi 693 metri di altezza soltanto, proiettati nella luce azzurra del cielo, così sorgente, dal centro di una vasta pianura, con i suoi cinque rilievi a guisa di placche ossee di schiena di Stegosauro, incuteva un certo ben più ampio timore… e malcelava le sue gioie ed i segreti della montagna! I suoi magri, bianchi e superbi pinnacoli dolomitici, ove turbinano imperterriti, incontrastati venti di tramontana, che franchi di ripari, spruzzano gelidi fiocchi di neve dall’Est, là, ove l’uomo antico pose i suoi templi e convisse felice accanto ai suoi Dei, Aplu, Aplu Sorano, gli Hirpi Sorani, Tinia Menerva Uni.

Finché un uomo venuto dal sud varcò la porta con inganno e si appropriò di tutti i valori dell’amicizia. In un baleno tutti sogni volarono in cielo. Solo il tempo riconsegnò gli erti colli al silenzio ed alla solitudine, alla Casaccia dei Ladri, al quadraro delle aquile, agli Eremi di S.Silvestro e di S.Lucia, alle Carbonare, a Santa Romana ed ai suoi Meri”, che sprofondano i colori del cielo nel cuore del monte, che dalla sua anima sussurra tutta la sua storia.

Poco più di venti persone all’appuntamento, giornata decisamente bruttina in quanto a meteo, ma partiti ed oltrepassata Monteromano, ci siamo ritrovati un tempo ideale per scalare un monte. Il nostro giro riveduto e corretto ad hoc, rispetto al maggiore anello del Soratte, peraltro già aperto in avanguardia, da un drappello di Tiburs, che lo hanno interamente seguito e sviscerato. Quindi niente “percorso Vita, sentiero dei Carbonari della casaccia dei Ladri, delle Grotte e degli Eremi”. Ma soltanto un percorso limitato al bellissimo tratto degli Eremi, con viste panoramiche mozza fiato, a tutto sesto, sulle valli di Civitacastellana, Corchiano, Vasanello fino ai Monti della Tolfa e verso la Valle del Tevere, con sfondi sui Sibillini Reatini ed oltre verso gli Abruzzi. In costa, sul tratto, tra i due eremi di S.Silvestro abbiamo avuto un incontro piacevole ed inusitato: il nostro Claudio Del Sette, che ci segue sempre dal sito con il cuore e con gli occhi, accompagnato ad un gruppo di fotografi. Ma c’erano numerosi gruppi in escursione quel giorno, ed abbiamo conosciuto tanta gente simpatica. Un tedesco che parlava l’italiano meglio di noi con lieve inflessione romanesca, una signora Alto-atesina, ed ancora altri amici, che attraverso questo testo intendo rivolgergli il mio saluto, avendo loro preso nota del nostro sito e noi, stupidamente, non aver annotato il loro recapito telefonico. Anche due volontari, studenti universitari, che meritano tutti i nostri ringraziamenti e saluti, per aver tenuto tutto il giorno aperto il vecchio eremo di S.Silvestro e fatto visitare. L’eremo è quello ove Papa Silvestro I nel IV d.C. si rifugiò per sfuggire alle persecuzioni di Costantino che poi, convertito dal Papa, salì sul cenobio del Soratte, e si guarì dalla lebbra. L’edificio è stato eretto sopra le strutture del tempio di Apollo Soratte. Nel visitarne le sale ed i luoghi ipogei (cripta ed altro) è stata un’emozione davvero immensa ove si respirava aria del tempo passato con tenui e quasi illeggibili affreschi sulle pareti rocciose e dipinti di S.Rosalia su quelle elevate, ed è stato come viaggiare nel tempo per un attimo ed immaginare quanto sia accaduto entro quelle pareti dello sperduto luogo di culto, abbandonato e ricostruito più in basso, perché nel corso dei temporali tutti i fulmini che cadevano nella zona, ci si scaricavano sopra. Ma è appunto in onore di Apollo, che di tuoni e fulmini era la divinità e se ne intendeva, che queste forze della natura si manifestavano intorno al suo tempio!

Più tardi un gruppo di intrepidi, sotto la guida magistrale del nostro Augusto, poco prima del pranzo, ha raggiunto la Casaccia dei Ladri, seguendo un tortuoso ed appagante itinerario, tra le rocce e la fitta vegetazione, con improvvisi spettacolari punti panoramici. Ottimo, l’apporto al Tiburzi, di Augusto, intrepido eroe di altre imprese (Treja).

E’ seguita, prima del rientro, una rilassante e proficua visita all’Outlet di Ponzano Romano ove abbiamo acquistato a iosa paia di calzini da donna, a prezzi stracciati.

Vanì, 28-02-2010


LE FOTO
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Photo by Vanì & Mastro Chierico - Published by ACE